Granata dal 1962 – Il muro maledetto

Non riuscivo a realizzare come una squadra di calcio potesse morire mentre volava nel cielo.

Eppure nonno parlava spesso di un aereo che, con a bordo una squadra di calcio, era precipitato andando a sbattere contro un muro maledetto.

Un pomeriggio del mese di maggio – correva l’anno 1962 –  mio nonno venne a prendermi a scuola con la vespa.

In piedi con le mani sul manubrio davanti a nonno seduto sulla sella ero convinto di guidarla. Concentrato sulla strada che mi veniva incontro, nelle curve ripide e strette mi inclinavo a destra e a sinistra per assecondare il movimento della moto ricevendo i complimenti di nonno. Era una giornata luminosa, l’aria calda mi inondava il viso e quando aumentava la velocità respiravo a fatica. Il grosso contachilometri  sfondo grigio, numeri bianchi e lancetta rossa segnava 30 Km orari, a stento sentivo le parole di nonno che si perdevano alle nostre spalle seguendo la scia del vento.

“Nonno, nonno, guarda sta arrivando un trenino!”

Dimentico della guida.. lasciai il manubrio e distesi il braccio destro puntando  l’indice verso la direzione da cui stava arrivando. Nonno Carlo accostò immediatamente sul ciglio della strada, spense il motore, mi fece scendere tirò su il cavalletto e parcheggiò la vespa. Mi prese sulle spalle, salì su un ponticello e da quella postazione privilegiata, emozionato, con una mano sulla fronte per ripararmi gli occhi, contro sole seguivo con lo sguardo il trenino scendere lentamente dalla collina.

“Che bello nonno! mi ci porterai un giorno a fare un giro con te?”

Sferragliando, passò così vicino che avrei potuto toccarlo, ma attirò la mia attenzione una bambina che sorridendo sventolava una bandierina rossa dal finestrino. Provando un senso di innocente gelosia, continuai ad osservarla  fino a quando il trenino sparì dietro una curva.

Per un attimo mi rattristai.

Probabilmente nonno notò il cambio di umore e prontamente disse: ” se porterai a casa una bella pagella (la prima della mia carriera scolastica) prometto che ti porterò su quel trenino”

Ripartiti, prendemmo velocità in un rettilineo e in stato di ebrezza urlando per farmi sentire domandai :

“ma dove stiamo andando nonno?”

Alzando a sua volta la voce, adesso la vespa arrancava in salita, mi fece capire che era meglio pensare a guidare bene ma che ci saremmo fermati davanti ad una grandissima Chiesa. Arrivati in cima scesi dalla motoretta e mi ritrovai di fronte a quella che doveva essere la Chiesa citata dal nonno poco prima.

“oooh… nonno, ma è davvero grandissima!” (N.d.R. Basilica di Superga)

La contemplai per un attimo, era così maestosa da farmi sentire piccolo come una formica, non mi fece una buona impressione, mi sentivo a disagio. Sentii la voce del nonno che mi chiamava, distolsi lo sguardo e di corsa mi recai verso un muretto che dava sulla Città. Quella vista mi tolse il respiro.

“Nonno siamo in cima alle montagne, guarda come sono piccole le case!”

Sorrideva nonno Carlo e tenendomi ben saldo tra le mani con le sue forti braccia segnate da evidenti cicatrici di guerra mi sollevò e mi tenne in piedi sul muretto. Un grido di paura si strozzò in gola per l’emozione

” uaoh che alto! ”

Tutto intorno era meraviglioso, potevo quasi toccare il cielo con un dito, mi sentivo un gigante davanti a quella città che in lontananza sembrava cosi piccola. Scendendo dal muretto, probabilmente euforico, mi venne spontanea una domanda (a pensarci bene, non fosse stato per l’età poteva essere più una battuta che una domanda)

“Nonno come possiamo stare dentro quelle case se sono cosi piccole?”

scoppiò a ridere ma così a ridere che nonno non riusciva a smettere ed io mi guardavo attorno per capire cosa avesse mai visto per ridere a quel modo non rendendomi conto che in realtà fu la mia esternazione a farlo spanciare dalle risate.

Improvvisamente, diventando serio (nonno era solito a questi repentini cambi di umore) mi prese per mano e mi accompagnò per una stradina stretta e ombrosa fino ad arrivare in un largo spazio davanti ad un muro.

Ricordo una signora con il capo coperto da un fazzoletto nero che sistemava dei fiori e ne ripuliva altri togliendo quelli secchi da un davanzale di marmo. Nonno Carlo era silenzioso e guardava fisso verso quel muro davanti a lui.

Dal basso tenendolo per mano lo osservavo intimidito.

Non ricordo per quanto tempo restò in silenzio, mi parve comunque una eternità. Non osai proferire parola, mi rendevo conto che per lui era una cosa importante, molto importante.

Si fece il segno della Croce, si chinò e mi prese in braccio rassicurandomi.

” dove siamo nonno?” non rispose, il suo fu uno sguardo intenso e profondo che mi intimorì, non lo avevo mai visto così. La sensazione era che mi volesse parlare ma non disse nulla. Probabilmente pensò che ero troppo piccolo per capire. Mi mise a sedere sul marmo vicino a quei fiori sistemati poco prima da quella signora che non vidi più, era scomparsa all’improvviso nel silenzio del bosco alle nostre spalle.

Nonno estrasse dalla tasca un fazzoletto rosso scuro che avvolgeva un pezzo di ferro tutto ammaccato senza una forma definita. Rigirandolo tra le mani finalmente parlò

– Siamo venuti qui a trovare una squadra di calcio –

“quella che è andata a sbattere contro il muro maledetto mentre volava? “

“Nonno perché piangi?”

con gli occhi lucidi girò lo sguardo all’insù verso uno sprazzo di cielo nascosto tra i fitti rami della boscaglia e chiese più volte “perchè”  forse più che una domanda era una imprecazione, non ero in grado di comprenderlo.

Afferrò le mie mani, le mise a forma di coppa e mi consegnò quel pezzetto di ferro.

I bambini possiedono l’innocente virtù di comprendere cose più grandi di loro senza rendersene conto. Tenendo in mano quel pezzo di ferro picchiai un paio di volte contro il muro e dissi:

“così nonno? hanno fatto così?”

Non rispose, ricordo un velo di tristezza negli occhi lucidi e una smorfia di sofferenza sul viso, tant’è, pensai, di aver detto oppure fatto qualcosa di sbagliato. In silenzio tornammo in direzione della vespa, una mano stringeva quella del nonno, l’altra teneva stretto quel pezzo di ferro. Nonno era tornato allegro e mi promise anche un gelato.

“posso tenerlo?” dissi prima di ripartire

– è tuo figliolo, ti ho portato qui per consegnartelo davanti ai ragazzi –

“e posso tenere anche il fazzolettino rosso come quello della bambina sul trenino?”

– quella è la bandierina del Torino, certo che puoi tenerla –

“posso sventolarla quando mi porterai sul trenino?”

Nonno non fece in tempo a portarmi su quel trenino ne a vedere la mia pagella.

Probabilmente non vedeva l’ora di tornare da quei ragazzi che conosceva bene.  Nonno Carlo di cui ne porto orgogliosamente il nome, era solito passare i pomeriggi al Fila a giocare le bocce al fondo del cortile davanti a un bicchiere di vino.

Mi ci portava spesso, ero piccolo  ma abbastanza furbetto da sbirciare dentro quella porta che dava sul cortile da dove usciva quel profumo (in realtà era l’odore della canfora adoperata per i massaggi) perché sapevo che li dentro c’erano i giocatori.

Un anno più tardi nel mese di maggio del 1963 salivo al colle di Superga con il trenino seduto al fianco del mio papà.

La bandierina sventolava fuori dal finestrino:

“nonno me lo aveva promesso, ma era più bello se c’era anche lui ”

Oggi quel pezzetto di lamiera accartocciata (un pezzetto di aereo che il nonno raccolse il giorno stesso della tragedia salendo con la vespa a Superga) è ancora nelle mie mani e se avete piacere di vederlo mi trovate a Torino, città che porta il nome della mia squadra del cuore, oppure e come spesso accade, potremo ritrovarci lassù sul Colle di Superga davanti a quel muro “maledetto” come usava definirlo mio nonno.

 

Carlo Testa

lamiera

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