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Toro in vendita, Vittore Beretta: "Soldi bruciati, non mi interessa" fonte: La Stampa

Vittore Beretta, da imprenditore, tifoso granata e amico di Cairo che cosa pensa del suo annuncio «Vendo il Toro»?
«Che mi dispiace per lui. Lo conosco da decenni, ma evidentemente con l'uscita dei tifosi sente di essere arrivato al capolinea. Se il Toro perde Cairo, però, fa un errore: sa fare i conti, ha la passione giusta e so che non è facile trovarne uno bravo come lui».

Lei ha più soldi ed è più appassionato di Cairo. Non pensa di subentrare?
«Assolutamente no. Sono innamorato, anzi malato, di Toro, ma da imprenditore l'ho sempre visto come un tram: so quanto dovevo pagare conoscendo bene il momento della salita e quello della discesa».

Eppure molti tifosi la invocano e lei è sempre stato vicino al Torino…
«È vero, ero già nel consiglio d'amministrazione con Pianelli e Traversa, poi c'è stata la grande illusione con Borsano. Io ho dato parecchi soldi al Toro, avendo il riscontro pubblicitario giusto, ma non posso proprio entrare nel Toro da presidente».

Perché?
«Perché ci vogliono tanti denari, infinita dedizione e molta fortuna. Io sono un tifoso, ho dato il mio contributo, ma non ho tempo da dedicare e soldi da lanciare su un tavolo da gioco dove sai quanti ne butti, ma non sai quanti ne tornano».

Dunque per un imprenditore il calcio è un esercizio a perdere?
«Esattamente. Lì le regole dell'impresa normale non valgono: metà dei problemi è uguale per tutti, poi c'è il bilancio sportivo. Che spesso è in divergenza assoluta col bilancio normale».

Eppure fa sempre gola. Perché?
«Se uno vuole notorietà… Cairo ha avuto più dal Toro che dalla pubblicità classica. Però per chi vede l'impresa nel modo classico, il Toro è una tragedia..

In che senso?
«Che il rischio di bruciarti è sempre alto. È una piazza particolare: se uno ha mezzi normali, che in altre realtà sarebbero sufficienti per fare benissimo, al Toro non basterebbero mai. E poi c'è il discorso della rivalità cittadina: il confronto con la Juve è duro. O fai i miracoli, vedi il Toro di Rossi o dei primi anni 90, oppure soccombi».

Però non era facile dilapidare quell'entusiasmo e non sfruttare la Juve in B.
«Di errori Cairo ne ha fatti, ma in buona fede. Ha cercato una nuova via nel calcio: la prudenza e la gestione in prima persona. È mancata la struttura sportiva».

Cairo dice che al posto del Toro si sarebbe potuto fare la barca.
«E lì sbaglia, l'emozione di una promozione vale più di una barca o una villa».