Toro, mercato da 4: le promesse disattese di Cairo e Petrachi
Il mercato del Torino è da 4: Mandragora salva in parte il giudizio. Le promesse di Cairo e Petrachi si scontrano con una realtà diversa.
Torino, mercato da 4: Mandragora evita il tracollo

Voto al mercato del Toro: 4. E quel 4 arriva soltanto grazie a Mandragora, arrivato all’ultimo secondo dell’ultimo giorno di mercato. Una consuetudine, ormai, in casa granata.
Prima di spiegare il perché di un giudizio così severo, vale la pena ricordare le promesse estive di presidente e direttore sportivo.
Cairo aveva dichiarato:
"Anche se ho detto che magari venderò il club, non significa che mi impegnerò di meno nel costruire la squadra. Anzi, se sarà l’ultima stagione voglio farla alla grandissima e lasciare un gruppo forte a chi arriverà. Sarà il miglior Toro".
E su Abate:
"Abate mi piace. È un allenatore con idee, voglia, ambizione e temperamento. Sa lanciare i giovani".
Petrachi, invece, aveva parlato di una svolta precisa:
«Avevo voglia di un cambiamento perché mi piacerebbe fare un calcio diverso, un po’ più come piace a me, cercando di lavorare sui giovani e portando più freschezza. Ignazio mi ha trasferito energie, idee che condivido in pieno e il passaggio è stato obbligato per andare in una direzione.»
LE PROMESSE E LA REALTÀ: ANCORA UNA VOLTA DISTANTI

E qui nasce la frustrazione del tifoso granata. Perché alle parole continuano a non seguire i fatti.
Anche quest’estate l’allenatore ha svolto tutto la preparazione con una rosa incompleta, costruita a pezzi e con le operazioni più importanti concentrate negli ultimi giorni.
Una strategia ormai diventata una costante: prima le esigenze di bilancio, poi la squadra.
E proprio sul bilancio si apre un capitolo tutt’altro che secondario. Dopo 21 anni di presidenza Cairo, anche quella che veniva considerata una gestione economicamente virtuosa mostra crepe evidenti. Se al fallimento sportivo si aggiungono le difficoltà finanziarie, cosa deve ancora accadere perché il presidente tragga le conseguenze?
Il fallimento del progetto tecnico
Questa campagna acquisti è però anche il primo vero banco di prova fallito da Petrachi.
La rosa consegnata ad Abate non sembra essere stata costruita per esaltare il calcio promesso dal nuovo allenatore. La difesa a tre, la necessità di adattare Cömert e Comuzzo e l'assenza di un mancino naturale sono segnali di una costruzione ancora una volta incompleta.
E il rischio è che Abate debba cambiare modulo in corsa, esattamente come accaduto a Baroni nella passata stagione.
Una storia già vista. Impossibile non ricordare l'anno di Giampaolo, allenatore che per il suo calcio aveva bisogno di un regista e che finì per adattare Rincon nel ruolo dopo un'estate trascorsa all'inseguimento della chimera Torreira.
UN TORO CHE HA PERSO CREDIBILITÀ
Il problema, oggi, non è soltanto tecnico. È diventato anche di credibilità.
Lo dimostra una frase pronunciata dall'allenatore del Milan parlando di Njie: dopo averne elogiato le qualità, il concetto finale è stato tanto semplice quanto umiliante: “Tanto lo venderanno”.
È questa la percezione che il Toro trasmette all'esterno: quella di un club dal quale i giocatori migliori sono destinati a partire.
E non si venga a dire che “tutti vendono”. È vero, ma Napoli, Bologna e Atalanta dimostrano che si può vendere e contemporaneamente reinvestire con criterio, idee e progettualità.
Serve una struttura sportiva realmente autonoma, capace di condurre le trattative senza che ogni operazione debba necessariamente passare dalle mani del presidente.
Il punto, quindi, non è soltanto chi sia arrivato. È il modo in cui è stata costruita, ancora una volta, la squadra.
E allora, Presidente, grazie di tutto.
Nel giorno del ventunesimo compleanno della sua presidenza, il mio augurio più sincero è uno solo: che sia davvero l'ultimo.
Sandro Mellano


