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Fabrizio Corona , Falsissimo - inchiesta sui procuratori

“Calciopoli 2.0, la bomba di Corona: tirati in ballo Cairo e i milioni dovuti a Busardò”

La nuova puntata di Fabrizio Corona, andata in onda ieri sera sul canale YouTube di “Falsissimo”, ha acceso un nuovo incendio mediatico attorno al calcio italiano. Il titolo scelto dall’ex re dei paparazzi è già un manifesto: “Calciopoli 2.0”. Oltre un’ora di accuse, insinuazioni, audio, chat Telegram e retroscena che chiamano in causa procuratori, dirigenti, intermediari e società di Serie A. Ma, almeno allo stato attuale, senza documenti ufficiali o prove giudiziarie pubbliche a supporto delle ricostruzioni più esplosive.

Corona apre il video con un attacco frontale al sistema calcio: “Il calcio italiano non è malato. Il calcio italiano non esiste più”, è una delle frasi simbolo della trasmissione. Al centro della puntata ci sono soprattutto le dichiarazioni attribuite a Vincenzo Raiola, procuratore e cugino del compianto Mino Raiola, utilizzate come asse portante della narrazione costruita da Corona. Il format alterna opinioni, intercettazioni vocali, ricostruzioni personali e riferimenti al mercato calcistico degli ultimi anni, cercando di delineare un presunto sistema parallelo fatto di intermediazioni milionarie, favori e rapporti opachi tra club e agenti. 

Il rapporto tra Busardò e Cairo

Uno dei passaggi più pesanti riguarda direttamente il Torino FC e il suo presidente Urbano Cairo. Nel video emerge infatti anche il nome di Michelangelo Minieri Busardò, intermediario molto noto nel mondo del calcio. Secondo quanto riportato nella puntata, Raiola lo definisce “il più ricco in Italia per intermediazione” e aggiunge: “Tante operazioni con Cairo, col Verona, con la Roma, con Furlani al Milan le fa tutte Busardò”. Una frase destinata inevitabilmente a fare rumore negli ambienti calcistici.

Urbano Cairo, accuse di Corona su Falsissimo

Il passaggio diventa ancora più delicato quando, sempre nella narrazione proposta da Corona, viene sostenuto che “Cairo deve dare a Busardò decine di milioni di euro per intermediazioni”. Un’accusa estremamente forte, che tuttavia nel video non viene accompagnata da atti giudiziari, riscontri ufficiali o documentazione verificabile. Si resta dunque nel campo delle dichiarazioni riportate all’interno della trasmissione YouTube. 

Non solo. Corona mostra anche un presunto messaggio Telegram nel quale si parlerebbe di “valigette di contanti” provenienti dalla Svizzera. Anche in questo caso, però, il contenuto viene presentato senza elementi concreti che possano certificarne autenticità e contesto. La stessa ricostruzione pubblicata da La Capitale News sottolinea come il programma mescoli fatti, opinioni, accuse e gossip senza produrre prove definitive. 

La puntata ha toccato anche altri club e dirigenti del calcio italiano. Nel racconto di Corona vengono citati il Milan, la Roma e il Verona, oltre a dirigenti e intermediari legati alle ultime sessioni di mercato. Il tono resta costantemente provocatorio, quasi da requisitoria televisiva, in pieno stile “Falsissimo”. Ma il confine tra denuncia giornalistica, intrattenimento e spettacolarizzazione rimane molto sottile.

A rendere ancora più virale la trasmissione è stato il paragone con la storica Calciopoli del 2006. Un riferimento evocativo che Corona utilizza apertamente per suggerire l’esistenza di una nuova rete di potere nel calcio italiano, questa volta centrata sui procuratori e sulle intermediazioni economiche. 

Sui social il video ha immediatamente diviso tifosi e addetti ai lavori. Da una parte chi considera Corona un provocatore che alimenta il caos mediatico, dall’altra chi chiede verifiche e approfondimenti sulle dichiarazioni emerse. In particolare, il nome di Cairo ha scatenato numerose reazioni nel mondo granata, soprattutto per il riferimento ai presunti milioni dovuti a Busardò e alle presunte operazioni di mercato costruite attraverso intermediari.

Per ora, però, resta una puntata destinata soprattutto a far discutere. Rumorosa, aggressiva, piena di insinuazioni e colpi di scena, ma ancora priva di quei riscontri concreti che trasformano una narrazione mediatica in un’inchiesta giudiziaria vera e propria. 

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