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Mario Rigamonti, 140 partite col Grande Torino

C’erano giocatori destinati a entrare nella leggenda per i trofei vinti. E poi c’erano uomini come Mario Rigamonti, entrati nell’eternità per ciò che rappresentavano: forza, sacrificio, appartenenza. Difensore roccioso del Grande Torino, Rigamonti incarnava l’anima operaia e combattiva di quella squadra che dominò il calcio italiano nel dopoguerra, diventando simbolo di rinascita per un Paese intero.

Nato a Brescia il 17 dicembre 1922, Mario cresce con il pallone tra i piedi e una personalità già ben definita: schietto, passionale, amante della velocità e della motocicletta. Muove i primi passi nel Brescia, dove si mette subito in evidenza per la sua imponenza fisica e la grinta feroce nei contrasti. Il Torino lo nota prestissimo e lo porta in granata nel 1941, anche se la guerra ritarderà il suo approdo definitivo in prima squadra.

Quando il calcio torna a vivere dopo il conflitto mondiale, Rigamonti diventa uno dei pilastri del Grande Torino. Esordisce in Serie A nel derby contro la Juventus il 14 ottobre 1945 e da quel momento non lascia più il centro della difesa granata. Alto, potente, duro negli interventi ma anche elegante nel gioco aereo, era il classico stopper che non indietreggiava mai. In quattro stagioni colleziona 140 presenze e conquista quattro scudetti consecutivi, contribuendo a costruire una delle squadre più forti della storia del calcio italiano.

4 maggio - il Grande Torino

Nel Torino forma con Valerio Bacigalupo e Danilo Martelli il celebre “trio Nizza”, chiamato così dalla via torinese in cui vivevano. Un gruppo inseparabile dentro e fuori dal campo, simbolo di quell’unione granitica che rese il Grande Torino qualcosa di molto più di una semplice squadra di calcio.

Rigamonti era anche uno dei volti della Nazionale italiana del tempo. Giocò soltanto tre partite in azzurro, frenato dalla presenza di Carlo Parola, ma tutti erano convinti che sarebbe diventato il futuro leader della difesa italiana. Debuttò nell’indimenticabile Italia-Ungheria del 1947, quella con dieci giocatori granata in campo.

Fuori dal rettangolo verde era conosciuto per il suo carattere impulsivo e genuino. Arrivava spesso in ritardo agli allenamenti, sfrecciando in moto per le strade torinesi, tanto da essere soprannominato dai compagni “il motociclista pazzo”. Ma quando iniziava la partita diventava un guerriero instancabile, rispettato da avversari e tifosi.

Superga, un destino crudele

Il destino, però, aveva scritto per lui e per il Grande Torino una delle pagine più dolorose della storia dello sport. Il 4 maggio 1949, l’aereo che riportava la squadra da Lisbona si schiantò contro la collina di Superga. Mario Rigamonti aveva appena 26 anni. Con lui se ne andò una generazione di campioni che aveva fatto sognare l’Italia intera.

4 maggio 1949 - la tragedia di Superga
4 maggio 1949 - la tragedia di Superga

Eppure, il suo nome non è mai scomparso. A Brescia lo stadio cittadino porta ancora oggi il suo nome, così come centri sportivi e strutture dedicate ai giovani calciatori. Un omaggio eterno a un uomo che non fu soltanto un difensore del Grande Torino, ma uno dei simboli più autentici di quel calcio romantico che vive ancora nella memoria collettiva granata.

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Un derby per disperati poi un’estate da tragedia annunciata.

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