Oggi ho il grande piacere di pubblicare la mia intervista all’ ex presidente del Toro, l’avvocato Pierluigi Marengo.

Colgo l’occasione per ringraziarlo per la sua disponibilità e competenza.

Buongiorno avvocato Marengo. Nei giorni scorsi si sono registrati nuovi casi di Covid-19 in serie A: 3 giocatori della Fiorentina, 1 del Torino e 4 della Sampdoria. Nonostante questo il campionato dovrebbe ripartire il 13 giugno, si attende l’ok dal Governo. Secondo lei il campionato va annullato o bisogna cercare di riprenderlo?

Nel rispondere faccio mio lo slogan apparso sui muri del Fila: “Migliaia di morti in ogni città e voi pensate alla ripresa della serie A”. Una ipotesi di ripresa del campionato totalmente assurda anche a prescindere da eventuali (o effettivi) nuovi casi di Covid 19 tra i calciatori. Ultimo e non ultimo, sarebbe anche uno schiaffo a tutti gli operatori sanitari e alle Forze dell’Ordine a cui sono stati negati i tamponi, quei tamponi che, in caso di ripresa delle danze verrebbero invece fatti ogni due giorni ai calciatori. Un campionato che riparte sarebbe quindi e solo un campionato del lucro, distantissimo dai tifosi.

Anche lei il 4 maggio ha partecipato al flashmob granata, appendendo una bandiera del Toro al balcone e alle 17:03 ha ascoltato la canzone “Quel giorno di pioggia” dei Sensounico. Quali emozioni e sensazioni ha provato in questo 4 maggio così diverso?

Un 4 maggio ricchissimo di pathos. Un pathos amplificato dalla stupenda canzone “Quel giorno di pioggia”, che ha raggiunto il suo apice alla 17.03, quanto tutti i tifosi granata si sono simbolicamente abbracciati, ovunque fossero nel mondo, in un unicum di mente e cuore per ricordare quei ragazzi che sono la nostra storia e la nostra essenza primaria. Stare sul balcone con la bandiera granata, vestito di granata e con le casse che sparavano la canzone dei Sensounico è stato un momento di emozione fortissima, certamente maggiore rispetto a quella provata nei 4 maggio con annessa sagra della salsiccia di qualche anno addietro.

Davide Vagnati diventerà il nuovo ds del Toro. Cosa ne pensa di questa scelta?

Certamente ci serviva un DS a tempo pieno e non un facente funzione protempore qual è stato Bava in questo ultimo anno. Sulle capacità di Vagnati non mi pronuncio, voglio prima vederlo all’opera, spero solo non si riproduca con la Spal l’affaire Bari, una squadra retrocessa divenuta fonte primaria delle campagne acquisti… e purtroppo quanto leggo sui giornali mi porta a temere ciò. In ultimo una parola sul trattamento riservato dalla società a Bava: vergognoso.

C’è chi dice e scrive che l’arrivo di Vagnati potrebbe compromettere il lavoro di “granatatizzazione” che aveva iniziato Bava. A riguardo qual è il suo pensiero?

Non vi è mai stato alcun lavoro di granatatizzazione. Semplicemente Cairo, messo sotto attacco dalla quasi totalità del mondo granata, portò in società Longo e Asta per farsene scudo difensivo. La granatatizzazione è impensabile con questa dirigenza, il cui operare è fondato sul pragmatismo economico contro ogni forma di romanticismo e valorizzazione dell’essenza storica granata.

Tra i papabili nuovi allenatori si fanno i nomi di Juric, Giampaolo e Semplici. In vista della nuova stagione lei prenderebbe uno di questi allenatori, riconfermerebbe Longo o sceglierebbe un altro allenatore?

Non mi soffermo neppure un attimo a pensare a nomi di allenatori, per me lo staff tecnico c’è già. Longo in panca e Asta quale suo collaboratore sono perfetti e sono granata doc. So comunque che non saranno loro al timone la prossima stagione, come già detto sono stati solo degli scudi protettivi posti lì da Cairo per coprirsi dalla contestazione dilagante. Il coronavirus ha smorzato la contestazione e, quindi, Cairo tornerà a guardarsi attorno, in funzione delle plusvalenze che l’allenatore può apportargli. Alla fine penso che arriverà Semplici e, dopo l’affaire Bari apriremo quindi le porte all’affaire Spal. Anche qui una parola sul trattamento riservato dalla società a Longo: vergognoso.

Quali sono i ricordi più impressi nella sua mente dell’estate 2005 in cui lei in prima persona e altri Lodisti lavoraste per salvare il Toro appena fallito, che poi venne comprato da Cairo?

Certamente quando ci giunse da Roma la notizia dell’avvenuta accettazione del Lodo, con il nostro Toro tornato vivo e regolarmente iscritto alla serie A. Si era nel mio studio, fu un momento di gioia immensa. Purtroppo, però, al salvataggio e all’iscrizione al campionato non seguì una rifondazione in salsa granata doc della società… ma questo non fu certo demerito nostro. Dal 2 settembre 2005 il timone passò a Cairo…

Quali sono gli aspetti fondamentali dai quali dovrà ripartire il calcio italiano una volta superata l’emergenza Coronavirus?

Tre fattori essenziali per una ripartenza condivisa del calcio sono: umiltà, umiltà ed umiltà. Umiltà nei conti societari e negli stipendi dei giocatori. Umiltà nel riconoscere che il calcio non è patrimonio delle società ma dei tifosi, con queste prime mero strumento operativo. Umiltà nel capire che i mondi ovattati e fuori dalle regole sono ormai invisi al popolo. Senza questi tre bagni di umiltà, penso che il calcio possa veramente trovarsi ad affrontare gravissime situazioni di impopolarità, divenendo una sorta di uroburo che si divora da solo, ma senza le risorse per rinascere.

Giovanni Goria


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