Covid e calcio. C’è un limite al voler giocare ad ogni costo?

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Gabriele Gravina FIGC
Gabriele Gravina, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio

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E così ci risiamo: il Covid si riprende la scena con una nuova variante. Numeri di contagiati sulla soglia delle 200.000 persone ancorché, rispetto alle scorse ondate, il numero di morti, fortunatamente, sia più basso.
Come l’anno scorso si ripresenta il problema  dei contagiati delle squadre di serie A, ma la Figc va avanti imperterrita per la sua strada,  non volendo (o potendo) sospendere il campionato. “Show must go on” è il leit motiv di Gravina &c. Il protocollo supera ogni valutazione sanitaria, secondo i desiderata federali. E poi arriva la realtà a ricordarci dove viviamo.
In questa vicenda, che si presta a molteplici considerazioni, diversi elementi sono da sottolineare.
Il primo è puramente sportivo: in un campionato dove il divario tra le prime 6-7 squadre e le altre si ampia sempre più ha senso permettere confronti apparentemente equi tra chi ha rose ampie e chi ne ha risicate, a prescindere dalla qualità delle stesse?
Secondo: per gli esseri umani normali se sei in contatto con un positivo e sei asintomatico devi indossare la mascherina ffp2. Te li vedi 22 giocatori che, a seguito di una positività di un loro compagno, giocano mascherati? No, e difatti giocano senza, in barba ad ogni disposizione sanitaria.
E allora verrebbe da chiedersi dove è finito il buon senso.
Per peggiorare la cosa è intervenuta quella norma secondo la quale non c’è più il limite di 10 giocatori per squadra per annullare un match.
Se già era assurdamente alto cosa si dovrebbe pensare oggi che quel limite è stato banalmente cancellato?
E qui arriviamo al punto chiedendoci: bisogna che sia un virus, la casualità del suo propagarsi,  a decidere i rapporti di forza tra due squadre che si affrontano?
È credibile mandare in campo una squadra di superstiti, con 8-9 titolari in meno?
La logica direbbe che, se proprio non vuoi sospendere il campionato, bisognerebbe reintrodurre quanto meno un limite di contagiati per squadra, non per una questione meramente sanitaria ma di lealtà sportiva. Ma come spesso avviene i potenti surclassano i meno abbienti, volendo “giocare facile”anche e soprattutto nelle situazioni in partenza già più vantaggiose.

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